essay
group show, text by Rocco Giudice, art critic and writer, 2021
Il termine astrazione, in arte e nel senso comune, fa venire in mente l’assenza di movimento: concentrazione, meditazione, cui basta un solo punto (un solo colore: penso ai monocromi di Ad Rheinhardt, intransigentemente ascetici – datemi un colore e vi dipingerò il mondo) e quando ci imbattiamo in un’opera astratta dove punti, angoli e bande cromatiche si susseguono, sentiamo che la distanza che in essi affiora lascia indecisi su snodi, punti di passaggio, svolte intraprese, si, ma in stand by: una méta raggiunta in una progressione che allinea gli stadi attraversati; un nastro di partenza – con segnali d’allarme e stelle in fibrillazione: o una condizione (d’anima, si dirà), che non ammette un campo di sfondo da cui adergersi, un retroterra che ne incrini l’assolutezza. Ne è consapevole Federico Severino, che lo attesta negli esiti, ma questi inscrive preliminarmente, nel programma dichiarato dai titoli delle sue opere astrattiste. Leggiamo di Atmosfere, ma senza implicazioni altimetriche, fluttuazioni di tenore isobarico o anche solo determinazioni cronologiche; Paesaggi, ma non di luoghi si tratta o perlomeno, i luoghi non hanno una caratterizzazione che li connoti naturalisticamente. Non si saltare subito a conclusioni psicologistiche: quasi si trattasse di proiezioni di una interiorità in cerca di vie d’uscita – da se stessa, per un altrove più confortevolmente lontano dalla portata dell’indiscrezione introspettiva? Non sembrerebbe una location più comoda: non una sistemazione in cui trovare più agio che non offra il lettino di un analista. L’astrazione è per F.S., un luogo essa stessa: essa stessa, in prima istanza, ‘natura’: ma interna all’atto del dipingere, più che territorio interiore che chieda di essere trasposto sulla superficie del supporto, per esservi esplorato come un campione di tessuto organico o reperto mnestico da inquisire a che riveli tutto quello che sa dell’artista e di noi. Di cui né F.S. né le sue tele né i suoi pastelli a olio o secchi (né più né meno dell’analista più accorto) sono tenuti a sapere alcunché o a scoprirlo. Quanto all’anima, che non si nega neppure ai luoghi, basta il colore: alfabeto e lingua, che non dispensa messaggi al di fuori del concreto disporsi nel dipinto: le regole di combinazione, l’incrociarsi di codici sintagmatici e paradigmatici, mutuandoli dalla linguistica, non prevalgono e anzi, non esistono fuori dell’effettiva, effettuale articolazione visiva. Perfino il senso del ‘dato cromatico assume un diverso rilievo rispetto a quanto può essergli assicurato, appunto – in questo caso, si-, astrattamente. Come se i colori cercassero altra luce da quella che, invece, in essi addensa, discriminata quasi la scegliessero per sé F.S., nei suoi quadri astrattisti, non cerca alcun riferimento, riscontro o parallelo fuori di questa classificazione da rilevazione scientifica: atmosfere; paesaggio; atmosfera di paesaggio; land. Geologo o geografo di livelli di profondità in relazione alla capacita delle stratificazioni di trattenere, riflettere, conservare, accentuare o attenuare i colori. Prime atmosfere è esplicito, quanto alla configurazione che assume e anche, conferisce il colore al dipinto: una precedenza cronologica in una zona incerta, non neutra: se ricordo o premonizione di una epifania della luce, non è dato stabilirlo. Ma questa vita anteriore non rappresenta un oltre o un aldilà cui rinviare, sottinteso al dipinto, che valga quale garbato invito al viaggio: è uno stato delle cose, se non anche dell’anima o di quel che è in ordine alle sue reazioni o solo un riflesso dei suoi effetti che trova espressione (artistica: dunque, emotiva: pertanto, conoscitiva) nel dipinto che lo notifica, ma che non esaurisce in questa funzione di documento umano il senso che è per se stesso: storia; natura; luogo. pittura.
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