Dipingere la luce, il paesaggio smaterializzato

‘Orizzonte senza confini’

di Mattia Lapperier

Sin dai tempi più antichi, dipingere la luce rappresenta per un artista una sfida di non poco conto. C’è stato chi, nel corso del Rinascimento, utilizzava il bianco di piombo per ottenere effetti luminosi; chi invece ricorreva a gradazioni più chiare di una stessa tinta per determinare le parti illuminate del dipinto; chi, come Caravaggio, enfatizzava i contrasti di luci e ombre per esasperare la drammaticità delle sue opere; chi, come Jan Vermeer, si avvaleva di una primordiale forma di pointillé (una stesura del colore con pennellate molto piccole e ravvicinate, volte a raggiungere un esito quasi trasparente); chi, come Georges Seurat e ogni successivo adepto del Postimpressionismo, portava quest’ultimo procedimento all’esasperazione, anche supportato dalle teorie del colore di Michel-Eugène Chevreul. L’elenco potrebbe essere considerevolmente lungo, anche perché molteplici sono state le ricerche sulla luce condotte dagli artisti nel corso dei secoli. Se William Turner destrutturava il paesaggio attraverso la luce, Claude Monet la variava ossessivamente, al mutare delle condizioni metereologiche e dell’avvicendarsi delle ore diurne, Mark Rothko la assurgeva invece a sostanza prima dell’opera, a discapito di qualsiasi altro elemento.

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